Aspetti legali del software libero

Pubblichiamo la versione integrale dell’intervento dell’Avv. Emanuele M. Forner al Linux Day 2007, tenutosi presso la Sala Consiliare del Palazzo Municipale di Portogruaro il 27 ottobre 2007.

Linux Day 2007
Aspetti legali del software libero

Introduzione

Buon pomeriggio a tutti.
Per prima cosa, desidero ringraziare il Comune di Portogruaro e gli organizzatori del Linux Day 2007 a Portogruaro per l’invito rivolto alla Camera degli Avvocati di Portogruaro, che qui rappresento non solo come “presunto esperto” informatico ma anche e soprattutto come suo Vice Presidente.
La Camera degli Avvocati di Portogruaro è una libera associazione volontaria che riunisce e rappresenta Avvocati che operano nel territorio del mandamento portogruarese e ha tra i suoi fini statutari anche la promozione della formazione professionale degli associati, siano essi Avvocati o Praticanti; ma l’attività della Camera degli Avvocati di Portogruaro non vuole limitarsi, come in effetti non si limita, ai soli “addetti ai lavori”, convinti come siamo che l’Avvocatura sia investita di un ruolo civico anche al di là delle mere enunciazioni di principio.
Soprattutto in tempi come questi, in cui l’immagine dell’Avvocatura è minacciata vuoi da iniziative politiche e governative che all’evidenza fraintendono e misconoscono la realtà della nostra professione, vuoi — più da vicino — da fatti di cronaca giudiziaria (talmente noti e recenti da non richiedere altro che il presente accenno), è vieppiù importante che si ribadisca che l’Avvocato è — e dev’essere — un operatore di Giustizia, che ha prestato un giuramento solenne e il cui operato non è finalizzato soltanto al perseguimento di un pur giusto e legittimo profitto personale, ma anche al conseguimento di scopi sociali.
Vorrei solo rammentare come giusto un mese fa la Camera degli Avvocati di Portogruaro era presente in questa stessa sala a fornire il proprio qualificante contributo all’importante iniziativa culminata nell’istituzione dello sportello informativo dell’Amministrazione di sostegno; fra tre settimane, poi, saremo nuovamente qui per il nostro tradizionale Convegno giuridico annuale, dal tema “Libere professioni, imprese e mercato — Dal diritto interno al diritto comunitario”; ciò solo per citare le più attuali e rilevanti fra le nostre iniziative.
Né siamo poi estranei al tema di questa giornata, essendo da tempi non sospetti impegnati anche noi nella promozione del software libero — sia pur nel nostro specifico ambito di operatività — come chi abbia frequentato il nostro sito internet — www.avvocatiportogruaro.org — ben sa e può testimoniare.
Ciò, perché l’avvento dell’informatica di massa ha apportato profonde trasformazioni all’intero tessuto sociale, né la professione di avvocato — intesa nel suo svolgersi effettivo, pratico, operativo — può sottrarvisi.
È il caso di precisare che tali trasformazioni non si sono limitate a una semplice evoluzione degli strumenti quotidiani di lavoro (con gli apparati informatici che hanno sostituito, nel mio campo professionale, le fonti cartacee di normativa e giurisprudenza e le macchine per la dattilografia), ma hanno comportato una vera e propria rivoluzione; un termine di paragone per comprendere la portata (ancora solo possibile e non ancora completamente effettiva) di questa “evoluzione rivoluzionaria” può trovarsi nel quasi contemporaneo avvento della telefonia mobile.
L’introduzione e la successiva capillare pervasività del telefono cellulare (che, oggigiorno, hanno anche i ragazzini delle medie) ha — ed è nozione di comune esperienza — provocato un autentico cambiamento di abitudini di portata sociale, nel bene come nel male.
Così può fare l’informatica, se solo si riuscisse a farlo capire ai più.

Per restare nell’ambito legale, si parla da alcuni anni del Processo Civile Telematico, cioè della possibilità di effettuare una gran parte degli incombenti connessi al processo civile operando dal computer di studio anziché recarsi di persona negli uffici per ingolfarli di persone e carte, carte, carte.
Una “evoluzione rivoluzionaria” del modo di vivere la professione forense, si diceva.
Perché è importante che un avvocato impari a padroneggiare gli strumenti informatici (sia pur non ad altissimi livelli)?
Perché gli strumenti informatici possono consentirgli, da un lato una maggiore qualità del suo lavoro, dall’altro una migliore e più produttiva gestione delle risorse anche umane del suo studio.

Cosicché, non solo il professionista sarà pienamente libero di organizzare e gestire il proprio lavoro senza essere vincolato da fattori — materiali come umani — esterni, ma potrà reimpiegare le risorse a sua disposizione — anche qui, materiali come umane — per una maggiore produttività ed efficienza della propria organizzazione.
Per quanti fossero interessati o semplicemente curiosi di come queste affermazioni possano tradursi in realtà, mi permetto di autocitarmi e di rimandare alla mia guida “Legal & Open Office”, liberamente scaricabile dal sito della Camera degli Avvocati di Portogruaro, ove si troveranno alcuni — spero — utili suggerimenti.
Fatta questa premessa, passo adesso a esporre alcune brevi considerazioni relative al tema di questo mio intervento.

Tuttavia, poiché una trattazione puramente tecnica e teorica della materia comporterebbe un grado di astrazione addirittura doppio — uno per ilsoftware, un altro per il diritto — e, dal lato dell’ascoltatore, rischierebbe di risultare pressoché incomprensibile ai più (nel mentre lo scopo di questo incontro è di trasmettere un po’ di conoscenza e la chiarezza e la semplicità non sono, quindi, degli optionals), cercherò di contestualizzare l’analisi tecnico–giuridica entro uno scenario possibilmente quotidiano.


Aspetti legali del software (libero e non)


Come premesso, vorrei affrontare le principali implicazioni giuridiche del software partendo “dal basso”, cioè ipotizzando una situazione concreta e rispetto a quella prendere le mosse per un’analisi anche teorica.

Innanzitutto, lasciate che vi presenti il protagonista della nostra simulazione: il Signor Tizio.
Il Signor Tizio è, in realtà, una maschera (nel senso che questo termine ha nel teatro classico, greco e latino), dietro la quale può celarsi la tipica famiglia media italiana, come il piccolo imprenditore o il professionista individuale, come ancora realtà imprenditoriali ben più ampie e consistenti:mutatis mutandis, quanto andrò esponendo si attaglia egualmente a tutti.
Tizio, dicevamo.
Orbene, un bel giorno il Signor Tizio decide di acquistare un personal computer (è indifferente che lo faccia per usarlo a casa oppure al lavoro); si reca quindi da un rivenditore e torna a casa contento con il suo bell’apparato: scatolotto, tastiera, mouse, monitor, magari una stampantina e quant’altro; collegati i vari cavi e cavetti alle corrette prese, accende la macchina e comincia la sua avventura.
Se potessimo entrare nella testa del Signor Tizio, con tutta probabilità scopriremmo che è convinto di aver acquistato ciò che lui ritiene, tutto sommato, un elettrodomestico un tantino più evoluto — e complicato — di una lavabiancheria o di un telefono cellulare.
Il Signor Tizio è in errore.
Cominciamo a chiamare le cose con il loro vero nome e cominciamo a ragionare da giuristi.
Il Signor Tizio non si è limitato a una mera compravendita di cosa mobile: ciò è senz’altro vero per la parte fisica di ciò che ha comprato, ma è tutt’altro paio di maniche per la parte immateriale del suo acquisto.
Quest’ultima affermazione sarà più chiara non appena avremo precisato che, in effetti, il Signor Tizio ha acquistato un sistema informatico, cioè un complesso costituito da una serie di apparati elettronico–meccanici (il c.d. hardware) e da una serie di programmi informatici, cioè le istruzioni operative per il funzionamento dell’hardware (il c.d. software).
Le unità di elaborazione e memorizzazione dei dati, così come le periferiche di input (tastiera, mouse, etc.) e di output (monitor, stampante) e quant’altro di fisicamente tangibile, cioè la parte materiale del sistema informatico, cioè — in una parola — l’hardware, sono effettivamente oggetti di cui Tizio è divenuto proprietario; è roba sua, insomma, e può farne quello che crede (nei limiti del lecito, beninteso).
Ma l’hardware, da solo, non serve a nulla; senza i programmi che lo fanno funzionare, si rivela niente più che un ammasso di ferraglia e plastica.
Ovviamente, il PC che il Signor Tizio ha appena portato a casa non è sfornito di tali programmi: è equipaggiato col suo bel sistema operativo Microsoft® Windows® e verosimilmente con qualche altro bel pacchetto di applicativi a corredo; probabilmente, sono stati forniti al Signor Tizio anche i dischetti originali dei programmi preinstallati, nel malaugurato caso che si rendesse necessario provvedere a una loro reinstallazione.
Il Signor Tizio, nella sua ingenuità e ignoranza, crede in buona fede di essere proprietario anche dei programmi: in fondo, ha pagato per il tutto, no?

Ebbene, questo è l’errore in cui incorre la stragrande maggioranza di quanti si dotano, prima o poi, di un PC.
Il Signor Tizio non è il proprietario di quei programmi, bensì un mero licenziatario; vale a dire che lui ha solo acquisito il diritto di utilizzare quei programmi, alle condizioni che il produttore del software ha posto e codificato nella licenza d’utilizzo (inutile aggiungere che il Signor Tizio la licenza non se l’è manco letta, non dico prima, ma neppure dopo aver acquistato il PC).
Tanto per capirci, è la stessa cosa che aver comprato l’ultimo romanzo di Stephen King o l’ultimo album di Bruce Springsteen: ciò di cui si è proprietari è il supporto materiale (libro o CD), ma il contenuto rimane di proprietà dell’autore (o, in certi casi, dell’editore).
Fateci caso: voi potete leggere il libro e ascoltare il CD quante volte volete; al limite, potete regalare il libro e il CD a un vostro amico oppure buttare il tutto in pattumiera se vi è parso una schifezza.

Ma non potete fare copie (eccetto una, di sicurezza, per vostro esclusivo uso personale) del libro o del CD per poi, magari, rivenderle o anche solo regalarle: la normativa in materia di diritto d’autore lo vieta espressamente.
Ciò, perché — appunto — occorre tener ben distinti contenuto e contenitore, l’opera dell’ingegno dal supporto materiale che serve a diffonderla.

Per il software accade esattamente la stessa cosa: non a caso, il software è considerato opera dell’ingegno e tutelato alla stregua di essa (si veda, al riguardo, la L. 22/04/1941 n. 633 e successive modificazioni e integrazioni, in particolare gli artt. 1 e 2).
La licenza d’utilizzo, quindi, definisce esattamente il vostro diritto sul software.
Ed è con riguardo alla licenza che possiamo distinguere tra software proprietario e software libero.
L’elemento economico, a rigori, non influisce necessariamente sulla distinzione appena citata: esistono, infatti, numerosi programmi per i quali non è richiesto il pagamento di un corrispettivo in denaro per poterne legittimamente usufruire (a mero titolo d’esempio possiamo ricordare: Adobe®Reader®, il celebre visualizzatore di files .pdf; Apple® iTunes®, il lettore multimediale per gestire il vostro iPod®; Skype®, l’applicativo per le comunicazioni telefoniche VOIP e così via), come può capitare di dover pagare per ottenere la disponibilità di software libero (l’acquisto di una qualsiasi distribuzione GNU/Linux “in scatola”).
È peraltro vero che, nella stragrande maggioranza dei casi, il software libero è pure disponibile gratuitamente.
Ma la “libertà” del software consiste invero nella possibilità per l’utente di fare ciò che effettivamente vuole di un programma informatico anche sviluppato da altri.
La definizione di “software libero” che si può leggere nel sito internet del Progetto GNU (http://www.gnu.org/home.it.html ) così recita:
«Il “software libero” è una questione di libertà, non di prezzo. Per capire il concetto, bisognerebbe pensare alla “libertà di parola” e non alla “birra gratis”.(NdT: il termine “free” in inglese significa sia gratuito che libero).
«L’espressione “software libero” si riferisce alla libertà dell’utente di eseguire, copiare, distribuire, studiare, cambiare e migliorare il software. Più precisamente, esso si riferisce a quattro tipi di libertà per gli utenti del software:

«0) Libertà di eseguire il programma, per qualsiasi scopo.
«1) Libertà di studiare come funziona il programma e adattarlo alle proprie necessità. L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.
«2) Libertà di ridistribuire copie in modo da aiutare il prossimo.
«3) Libertà di migliorare il programma e distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio. L’accesso al codice sorgente ne è un prerequisito.»
Tali libertà sono espressamente contemplate — anzi, ne costituiscono la caratteristica fondante — nella Licenza Pubblica Generica GNU (GNU GPL) e, in parte, anche nella Licenza Pubblica Generica Attenuata GNU (GNU LGPL).
Queste licenze sono state elaborate dal Progetto GNU e sono adottate pressoché dalla maggior parte del software libero propriamente detto.
Più di recente, sono state elaborate e diffuse licenze che, pur on dell’ampiezza delle licenze pubbliche GNU, apportano un copyright meno restrittivo alle opere dell’ingegno pubblicate col loro corredo: mi riferisco alle licenze Creative Commons (http://www.creativecommons.it/ ).
Così definito il software libero, vediamo adesso in concreto quali libertà riconosce invece il software proprietario.

In breve: nessuna o quasi.
Il licenziatario di un software proprietario, infatti, può solamente usare il programma per gli scopi per cui è stato creato; non ha accesso al codice sorgente(cioè al programma nella forma in cui è stato scritto dal programmatore, prima che venisse “tradotto” nel “linguaggio macchina”, ossia in forma compatibile con la macchina che lo deve eseguire), non può ricavare il codice sorgente dall’eseguibile (c.d. divieto di reverse engineering), non può modificare il programma per i propri scopi particolari, non può cederlo a terzi a nessun titolo.
Ma non è finita qui.

Il software può essere acquistato insieme con l’hardware (c.d. licenza “OEM”) oppure separatamente da esso (c.d. licenza “retail”); nel primo caso, normalmente il corrispettivo per la licenza d’utilizzo è sensibilmente inferiore rispetto a quello preteso nel secondo caso, ma con un’importante differenza.
Nel caso si acquisti un software indipendentemente dall’hardware, l’utente ha il diritto di installarlo e utilizzarlo su un numero definito di apparati informatici(a seconda delle condizioni di licenza); a livello pratico, se accade che una delle macchine si guasti e sia più conveniente sostituirla in toto piuttosto che ripararla, il licenziatario potrà installare nuovamente il software sulla macchina sostitutiva.
Quando, invece, il software è a corredo dell’hardware, se quest’ultimo cessa di funzionare l’utente non potrà legalmente reinstallare il software su una diversa macchina (nonostante, per esempio, si disponga dei dischi d’installazione originali e autentici e l’operazione sia, quindi, tecnicamente possibile).
Per tornare, dunque, al nostro Signor Tizio, cominciamo adesso a renderci conto di alcune antipatiche implicazioni.

In primo luogo, il Signor Tizio non ha potuto esercitare alcuna libertà di scelta in merito alla dotazione software del PC che ha acquistato; quindi, non solo si ritrova installati programmi che, magari, non gli interessano per nulla e che non userà mai, ma non gli è stata neppure offerta alcuna alternativa.
È vero che una simile prassi è praticamente imposta ai rivenditori dagli stessi produttori dei computer, ma è altresì vero che la scarsissima conoscenza in materia da parte della maggioranza dei possibili utenti favorisce tale prassi.
Ciò, peraltro, influisce anche sul prezzo che il Signor Tizio ha pagato al rivenditore; il Signor Tizio, magari, crede che il prezzo si riferisca all’hardware e che il software sia “in omaggio”; in realtà, nel prezzo è compresa anche una quota per le licenze di utilizzo dei programmi proprietari preinstallati, quota che “pesa” — a seconda della maggiore o minore ampiezza delle dotazioni — per un buon 20 – 30 %.
Pervero, è normativamente previsto che l’acquirente possa richiedere al rivenditore di deinstallare in tutto o in parte i programmi preinstallati(sistema operativo incluso), per acquistare eventualmente anche il solo hardware, ottenendo così la corrispondente riduzione del prezzo da pagare ovvero il successivo rimborso dell’eccedenza corrisposta.
Tuttavia, non risulta che questa facoltà sia sufficientemente nota, né che i rivenditori acconsentano a tale richiesta (come pure dovrebbero); e anche le procedure di rimborso vengono attuate in maniera tale da scoraggiare i meno determinati.
Anche in questo caso, i principali responsabili di tanto sono i produttori, che impongono ai rivenditori le macchine già configurate; i rivenditori, poi, solitamente non sono specialisti del settore, ma catene che trattano grandi quantità e varietà di prodotti, per cui sarebbe per loro antieconomico “andar troppo per il sottile”.
Insomma, vi è un grande squilibrio fra produttore e consumatore.
La situazione potrebbe rovesciarsi se e quando sempre più consumatori, acquisita coscienza delle proprie facoltà, diritti e possibilità, insistessero nell’ottenere le macchine configurate come piace o serve a loro, e non secondo le convenienze dei produttori.
Un secondo aspetto ricavabile dall’esperienza del Signor Tizio riguarda l’eventuale riusabilità dei programmi preinstallati nel computer acquistato.
Difatti, a corredo del suo acquisto, il nostro amico Tizio ha ricevuto anche uno o più dischi contenenti i file di installazione dei programmi in dotazione al computer (oppure, come più spesso recentemente accade, ha utilizzato una procedura del sistema operativo per crearsi a casa i cosiddetti dischi di ripristino), nel caso fosse necessario procedere alla loro reinstallazione, totale o parziale.
Ovviamente, per quanto detto sopra, detti programmi sono stati concessi con licenza OEM, quindi sono legittimamente utilizzabili solo sulla macchina della quale costituiscono dotazione.
Peraltro — avendo poc’anzi dato per certo che il Signor Tizio ignora bellamente tutti gli aspetti relativi alle licenze del software — il nostro amico Tizio può credere che, avendo in mano i dischi, sia possibile installare i programmi anche su altre macchine; magari, il Signor Tizio ha avuto bisogno di un altro o di altri computer e stavolta si è rivolto a un laboratorio per farsi assemblare delle macchine “su misura”, in questo caso senza farsi installare alcun software OEM per risparmiare qualche centinaio di Euro.
Va detto che l’operazione che si prefigge il Signor Tizio — cioè installare i programmi, sistema operativo incluso — è oggigiorno tecnicamente più ardua rispetto a qualche anno fa, dato che la procedura d’installazione richiede solitamente anche un’operazione di attivazione via Internet, che include un controllo di validità sul software; quindi, a meno che il Signor Tizio non si sia procurato anche qualche programmino “pirata” per aggirare questi controlli, è probabile che non riesca nel suo intento.
Ma se viceversa ce la facesse, commetterebbe un illecito.
Innanzitutto, un illecito di natura civile, per violazione del diritto d’autore relativamente ai termini della licenza d’utilizzo; tale illecito comporta l’obbligo alla cessazione dell’attività illecita e al risarcimento del danno provocato al titolare del diritto d’autore.
Poi, in determinate circostanze, l’illecito avrebbe anche rilevanza penale, costituendo un reato punito anche piuttosto severamente (reclusione da sei mesi a tre anni e multa da € 2.582,00.= a € 15.493,00.=, secondo l’art. 171-bis L. 22/04/1941 n. 633 e successive modificazioni e integrazioni).
Quindi, per risparmiare poche centinaia di Euro, il Signor Tizio rischierebbe di rimetterci una cifra molto maggiore, per tacer della sua libertà personale!

Vi è, poi, un terzo aspetto meritevole di menzione e trattazione, meno immediato, forse, dei due precedenti, ma non meno importante.
Ipotizziamo che il Signor Tizio abbia, nel corso degli anni, creato numerosi e importanti documenti personali utilizzando i programmi proprietari preinstallati nel suo PC e salvando il suo lavoro in file del formato specifico di tali programmi.
Fintanto che il PC del Signor Tizio continua a funzionare, nessun problema; ma siccome nulla è eterno e, in particolare, nulla invecchia e muore più velocemente della tecnologia, dopo qualche anno il Signor Tizio sarà bene o male costretto a comprare una nuova macchina.
Ma è un dato di fatto che, come l’hardware, anche il software viene aggiornato e rinnovato a strettissime cadenze; il ciclo di vita di una versione di un determinato programma si aggira mediamente sui tre anni; e le innovazioni di un software molto spesso riguardano anche i formati dei file con esso creati, il che è suscettibile di creare, non infrequentemente, problemi più o meno gravi in termini di compatibilità fra file creati con differenti versioni del medesimo programma.
Per fare un esempio pratico, per quanto concerne i documenti di testo lo standard de facto è attualmente quello di Microsoft® Word®, cioè il noto .doc, poiché questo programma risulta essere quello più utilizzato nel campo dei word processor.
Ma Microsoft® Word® ha avuto numerose versioni nel corso degli anni: per limitarci all’ultimo decennio, se ne sono susseguite ben cinque, ciascuna delle quali ha introdotto modificazioni anche nel formato di file, pur mantenendo la stessa estensione identificativa.
Cosicché, può avvenire che — soprattutto quando il documento presenti opzioni di formattazione un minimo raffinate e complesse — il medesimo file non sia egualmente accessibile (cioè leggibile e modificabile) da differenti versioni di Microsoft® Word® (ciò accadrà in particolare con i documenti creati con l’ultima release del 2007, in cui è stato introdotto come predefinito un formato radicalmente nuovo, il .docx).
Il che, per il Signor Tizio, si traduce in due, egualmente spiacevoli, conseguenze:
1) nel nuovo computer egli dovrà necessariamente utilizzare la versione di Microsoft® Word® che vi trovasse eventualmente preinstallata (nella migliore delle ipotesi), non potendo egli installare la vecchia giusta le limitazioni della licenza OEM (nella peggiore delle ipotesi, dovrà acquistare una licenza retail di Microsoft® Word®, o addirittura di Microsoft® Office®, con un notevole aggravio di costi; è praticamente escluso che possa riutilizzare in alcun modo la vecchia versione, neppure pagando per la nuova);
2) i documenti creati con la vecchia versione di Microsoft® Word® potrebbero, a quel punto, non essere più pienamente accessibili: nella migliore delle ipotesi, dovrà procedere a noiose operazioni di correzione manuale, nella peggiore avrà perso i suoi dati.
Il software proprietario, non libero, quindi, è suscettibile anche di limitare la libertà dei suoi utilizzatori, ben oltre i limiti che la tutela delle opere d’ingegno e dell’iniziativa imprenditoriale può giustamente porre.
Se sotto la maschera di Tizio mettiamo, per esempio, di un’amministrazione pubblica, le cui esigenze di produzione, di conservazione e di riutilizzo dei dati sono su scala molto più grande, ne traiamo un quadro quantomeno inquietante.
Tanto per fare nomi e cognomi, se il Comune di Portogruaro utilizza esclusivamente Microsoft® Office® per elaborare i dati necessari e implicati dalle funzioni che svolge, la conseguenza prima è che sarà obbligato in perpetuo a ingenti spese per rinnovare via via le licenze di utilizzo dei programmi Microsoft® pena, diversamente, la perdita di quei dati.
In un caso, come nell’altro, una grave afflizione per le finanze pubbliche: e sono soldi anche vostri che se ne vanno.
L’aspetto economico è, allo stato, quello di più immediata e percepibile rilevanza, ma anche le implicazioni in materia di libertà del mercato e di concorrenza non sono da poco.
Ovviamente, tutto quanto precede ha un presupposto logico: la piena osservanza delle leggi in materia.
È noto, se non notorio, che non è particolarmente difficile procurarsi il software che ci interessa tramite canali non propriamente legali; la tecnologia digitale ha reso la duplicazione di un prodotto originale un’operazione estremamente semplice ed economica; si pensi, per esempio, alla copia di un CD musicale o di un DVD video; anche se le case discografiche hanno tentato di introdurre delle protezioni anticopia, non è passato troppo tempo prima che fossero rese disponibili le contromisure adatte (tant’è vero che le case discografiche hanno di fatto abbandonato questa strada).
Il punto è che si tratta di un’attività illegale!
Se finora non sembra si sia fatto molto per combattere tali forme di pirateria, non si deve tuttavia pensare che tali illegalità siano o saranno “tollerate” ancora a lungo.
Addirittura, si è detto che la stessa Microsoft abbia lasciato correre, per favorire, in un modo o nell’altro, la diffusione dei suoi prodotti e creare, così, l’attuale situazione, che la vede pressoché monopolista nel settore dell’informatica a livello desktop (cioè dell’utente singolo).
Se anche ciò sia vero, è pure vero che “la pacchia è finita”.
Già sotto l’aspetto tecnico, Microsoft ha cominciato a stringere, con le procedure di attivazione obbligatoria dei suoi programmi (in tal modo, Microsoft è in grado di verificare la legittimità dell’uso del suo software e, in certi casi, di bloccarne l’operatività da remoto).
Poi, ha iniziato l’offensiva anche dal punto di vista legale.
Se il privato che utilizza il PC solo a casa può ancora ritenersi abbastanza al sicuro (giacché difficilmente Microsoft riuscirà a mandargli la Guardia di Finanza a domicilio, ammesso che lo ritenga conveniente), tutt’altro discorso è da farsi per chi utilizzi il software per ragioni di lavoro.
Anzi, è soprattutto in queste realtà che si verificano le più rilevanti violazioni delle condizioni di licenza: solitamente, è stata regolarmente acquistata una licenza singola, per poi installare e adoperare il programma su più stazioni di lavoro; l’imprenditore o il professionista di turno credono così di aver realizzato un notevole risparmio, e così sarebbe se nessuno andasse mai a controllarli; ma il giorno che gli arrivasse un’ispezione della Guardia di Finanza sarebbero dolori, e grossi anche!
Con il software libero, viceversa, tutti questi problemi non hanno ragione d’essere.
Dal punto di vista economico, essendo il software libero anche praticamente gratuito (o, comunque, comportando spese di acquisizione assai modeste quando non irrisorie), l’utente professionale ne ricaverebbe un enorme vantaggio, potendo installare e aggiornare i programmi senza alcun limite e rimanendo perfettamente in regola.
E questa non è solo un’ipotesi di scuola: un mio collega, non molto tempo fa, mi ha confidato di esser migrato da Microsoft® Office® a OpenOffice.org 2 proprio per mettersi in regola dal punto di vista delle licenze!
Né ciò ha significato perdita di qualità del suo lavoro, dal momento che OpenOffice.org 2 è perfettamente equivalente — o quasi — nelle sue funzionalità al suo più noto e diffuso omologo proprietario.
Del resto, è ciò che ho fatto anch’io diversi anni prima dei miei Colleghi (i quali, poi, mi hanno imitato, e mi ringraziano ancora!).
Ma l’attrattiva del software libero non è solo economica, o, quantomeno, non economica solo nel breve periodo: ho già detto che anche gli aggiornamenti e le nuove versioni di un software libero sono e rimarranno libere come la versione iniziale.

Ma vi è di più: operando il software libero su formati di file suoi specifici (per forza di cose, essendo i formati dei software proprietari e non liberi, proprietari e non liberi a loro volta), anche questi formati sono a loro volta liberi.
Ciò significa che non potranno mai verificarsi i problemi di retrocompatibilità accennati invece addietro, a proposito di Microsoft® Word® (e validi per tutti i software proprietari e non liberi), perché appunto le specifiche tecniche di detti formati sono libere e aperte, quindi accessibili da chiunque ne abbia competenza e interesse, senza alcuna contropartita obbligatoria.
Addirittura, per restare nell’ambito dei software cosiddetti “da ufficio”, il formato di file sviluppato per OpenOffice.org 2, il cosiddetto OpenDocument Format od ODF è stato recepito come standard ISO a livello internazionale, e all’inizio di quest’anno pure a livello nazionale, con la norma tecnica UNI CEI ISO/IEC 26300.
Vorrei citare, al riguardo, quanto scrive l’UNI, Ente Nazionale Italiano di Unificazione, in una nota del 26/01/2007:
“Il formato OpenDocument, basato sul linguaggio XML, permette di superare questi vincoli (NDR: quelli, cioè, tipici dei formati di file proprietari). Esso è infatti ciò che viene definito uno ‘standard aperto’, libero pertanto da restrizioni tecniche e da diritti d’autore del produttore. Per definizione uno standard si dice ‘aperto’ quando:
“1. è adottato e mantenuto da un’organizzazione non-profit ed il cui sviluppo avviene sulle basi di un processo decisionale aperto e a disposizione di tutti gli interlocutori interessati e le cui decisioni vengono prese per consenso o a maggioranza;
“2. il documento di specifiche è disponibile liberamente oppure ad un costo nominale. Deve essere possibile farne copie, riusarle e distribuirle liberamente senza alcun costo aggiuntivo;

“3. eventuali diritti di copyright, brevetti o marchi registrati sono irrevocabilmente concessi sotto forma di royalty-free;
“4. non è presente alcun vincolo al riuso, alla modifica e all’estensione dello standard.

“Il formato ODF risponde a tutti questi requisiti: l’adozione di un tale modello fa in modo che le informazioni contenute nei file OpenDocument siano accessibili a prescindere dai sistemi operativi, dai programmi e dalle tecnologie utilizzati dagli utenti.
“Chiunque può usare i file ODF su qualsiasi piattaforma in qualsiasi momento.”
Voi capite quali siano e possano essere le implicazioni pratiche di un tanto; non a caso, lo standard ODF è stato di recente adottato da numerose pubbliche amministrazioni di vari Paesi (Belgio, Danimarca, Francia, Massachussets per citarne solo alcuni).
Ebbene, ODF è software libero.

In chiusura del mio intervento, vorrei solo riprendere brevissimamente un tema cui ho accennato in apertura: il Processo Civile Telematico.
Orbene, poiché si tratta di un’innovazione riguardante un primario servizio pubblico, ci si attenderebbe da una pubblica amministrazione una particolare attenzione anche agli aspetti tecnici, al fine di non introdurre ostacoli che possano risultare in qualche modo discriminanti.
In parole povere, il PCT dovrebbe essere organizzato sulla base di standard tecnologici affermati, condivisi e, soprattutto, aperti e liberi, al fine di garantire a tutti pari opportunità di accesso e fruizione.
E invece, che cosa ha previsto il Ministero della Giustizia?
Che gli atti giudiziari da comunicare in via telematica ai vari Uffici competenti (Tribunali, Corti d’Appello etc.) siano in formato .pdf, cioè un formato di file che, per quanto pubblicamente documentato è tuttora proprietà esclusiva di Adobe Systems Inc., quindi NON uno standard aperto(neanche uno standard, a ben vedere, se non de facto); va, peraltro, aggiunto che Adobe ha sottoposto il formato .pdf alla procedura di standardizzazione ISO, quindi quanto appena detto potrebbe — tra qualche tempo — non essere più esatto, e risolvere alla radice il possibile problema.
Inoltre, che una particolare applicazione — denominata “Redattore” — finalizzata alla realizzazione del cosiddetto “fascicolo di parte elettronico” e necessaria per l’accesso e l’utilizzo del PCT si interfacci e interagisca con un particolare word processor che è… Microsoft® Word®!
Insomma, l’esatto opposto di quanto sarebbe stato invero opportuno, cioè l’adozione di ODF come formato dei documenti elettronici e l’interfacciabilità del Redattore con qualsiasi tipo di word processor, senza escludere, quindi, Microsoft® Word®, per carità, ma consentendo anche a chi Microsoft® Word® non adoperi — a cominciare dal sottoscritto — di fruire del PCT.


Conclusioni

Come spero di avervi illustrato in maniera comprensibile, il software libero è tutt’altro che materia riservata ai soli addetti ai lavori o anche ai semplici appassionati.
Sotto la definizione di software libero si cela in realtà un complesso di problematiche e di possibilità che sono suscettibili di influenzare profondamente la società, attuale come prossima.
In sintesi, è il classico ed eterno dilemma fra libertà e schiavitù.

Detta così, può suonare drammatica; qualcuno, forse, potrà trovare esagerato un simile modo di esprimersi.
Ma come altrimenti potreste definire un monopolio quale quello che le restrizioni del software proprietario in concreto realizzano?
Per quanto blanda e camuffata, e limitata al “solo” aspetto economico, la soggezione alle scelte arbitrarie e incontrollate di un’impresa privata qual è unasoftware house (si chiami Microsoft, Adobe o chi volete), che genera l’alternativa fra il pagamento costante e continuo di una vera e propria tassa — che non trova fondamento nella legge e che, soprattutto, non va assolutamente a vantaggio della collettività ma solo del monopolista di turno — e l’essere esclusi dalla “scena digitale”, ebbene non ritengo possa essere definita altrimenti.
L’antidoto possibile si chiama conoscenza.

Sapere che “un altro modo è possibile” fa la differenza.
Una grande differenza.
Non si tratta di essere contro qualcuno in particolare (Microsoft etc.).
Non si tratta neppure di “comunismo” (qualunque cosa ciò significhi; Bill Gates, il boss di Microsoft, usa proprio questi termini quando gli si parla di GNU/Linux e di software libero in generale).
Si tratta di sapere che non c’è solo quel prodotto, e di essere effettivamente nelle condizioni di operare una scelta.

Non è escluso che si possa scegliere la soluzione commerciale e proprietaria, anche più costosa, se ce la si può permettere e la si ritiene migliore.
Purché questa non rimanga l’unica scelta a disposizione.
Per questo motivo il software libero è importante.
Prima ancora, è importante capire cosa sta succedendo e dove ci porterà la “rivoluzione informatica”.
Spero, quindi, che queste mie parole abbiano contribuito quantomeno a suscitare in voi quel minimo di curiosità per un differente e più consapevole, attivo anziché passivo, approccio ai mezzi informatici.
Ricordatevi: come non è l’automobile a portarvi, ma siete voi a guidarla dove volete; così il computer e quanto annesso e connesso è e deve rimanere uno strumento al vostro servizio, e non voi a essere schiavi di una macchina stupida.
Grazie, e buon proseguimento di questo Linux Day 2007.